L’urbanistica non è un’ideologia

Umberto Zampieri, nell’articolo pubblicato sul Mattino l’8 marzo, afferma che l’urbanistica non deve essere ideologia. Sono d’accordo con lui, ma non è certo ideologia evidenziare scelte urbanistiche sbagliate. Andiamo ai fatti.
Nel suo programma elettorale il candidato sindaco Zanonato aveva previsto la revoca delle varianti urbanistiche adottate dalla precedente amministrazione, salvo l’eventuale adozione di una variante a tutela delle aree ancora inedificate nel caso in cui la revoca non fosse possibile.
Tale impossibilità non sussisteva in quanto il piano adottato non conferiva nessun diritto edificatorio ai proprietari e l’amministrazione poteva legittimamente modificare le previsioni di piano senza per questo corrispondere alcuna indennità ai proprietari, a condizione che le modifiche fossero motivate e che ne risultasse un interesse pubblico. Sul punto esiste una solida giurisprudenza amministrativa e costituzionale.
L’amministrazione, invece, si è limitata a modificare la variante riducendo gli indici volumetrici delle aree di perequazione. Tale riduzione, peraltro, è avvenuta solo a seguito delle vibrate proteste delle associazioni ambientaliste, in quanto la prima intenzione dell’assessore Mariani era quella di recarsi in Regione a sollecitare l’approvazione della variante così com’era.
Passando al sistema perequativo, nessuno contesta che sia il meccanismo più agevole per ottenere gli spazi da destinare al soddisfacimento degli standard urbanistici. Andava però applicato con più saggezza. La variante approvata prevede la perequazione sulla quasi totalità delle residue aree verdi del piano regolatore di Piccinato, spalmandovi una potenzialità edificatoria di quasi 1.300.000 mc, senza alcuna preventiva verifica di compatibilità ambientale. Ad aggravare questo scenario c’è la previsione di trasferire sulle stesse aree una ulteriore volumetria, stimata in 600.000 mc, risultante dai crediti edilizi che l’amministrazione intende riconoscere negli ambiti dove ha riconfermato i vincoli urbanistici decaduti. Ciò significa che sulle attuali aree verdi, non dotate di sufficienti opere di urbanizzazione, potrà essere edificata una volumetria complessiva di 1.900.000 mc, per un incremento di popolazione di quasi 13.000 abitanti.
Una corretta e veramente coraggiosa scelta urbanistica avrebbe dovuto spingere l’amministrazione a demandare la definizione del piano dei servizi al PAT. È, infatti, al Piano di Assetto del Territorio che la nuova legge urbanistica regionale affida il compito di progettare la città del futuro, individuando le aree dove sviluppare in modo coerente ed equilibrato i vari sistemi (insediativo, ambientale, infrastrutturale e produttivo). I PATI avrebbero dovuto, poi, completare il processo a scala più vasta fissando le linee guida per la costruzione della città metropolitana.
L’amministrazione non ha, però, creduto nel PAT, considerandolo più una minaccia che un’opportunità, ed ha preferito accelerare i tempi per salvare una variante che, di fatto, condiziona negativamente il futuro piano urbanistico. In ambito PAT, ragionando con calma all’interno di un reale percorso partecipativo, si sarebbe potuto individuare dove applicare l’istituto della perequazione senza incidere negativamente sull’ambiente e dove, invece, applicare l’istituto della compensazione per la salvaguardia delle aree di pregio. Si sarebbe, inoltre, potuto individuare all’interno del sistema insediativo, e non, come si è fatto, nelle aree di perequazione, gli ambiti più opportuni dove “far atterrare” i crediti edilizi derivanti dall’applicazione della compensazione. Ciò avrebbe permesso di salvaguardare i cunei verdi, preziosi polmoni dei quartieri periferici, ed anche il parco del Basso Isonzo, che avrebbe potuto essere confermato nelle originarie dimensioni previs te dal piano Castenovi-Thomasset. Padova avrebbe, così, potuto godere di un vero parco a scala urbana. Un parco degno di una grande città europea.
La fretta è stata cattiva consigliera, ma c’è ancora un’opportunità per migliorare le cose. Il documento preliminare del PAT prevede, infatti, la possibilità di trasferire all’interno del sistema insediativo le volumetrie che la Variante consente negli ambiti di interesse ambientale. È questo l’obiettivo da non fallire. Ed è per questo che va tenuto alto il dibattito.

ing.Lorenzo Cabrelle, Legambiente Padova