Beni comuni a Padova

“Le risorse naturali, acqua, aria e suolo sono beni irrinunciabili: le pubbliche amministrazioni debbono assumere impegni concreti per la tutela di tale patrimonio naturale attraverso una chiara politica ambientale..”, questo è quanto nel 2004 è stato scritto nel Programma elettorale del centrosinistra per il governo della città di Padova.
Possiamo dirci soddisfatti a tre anni di distanza? Quali sono gli impegni concreti assunti?
Acqua, aria e suolo sono certo risorse e beni irrinunciabili, ma soprattutto devono essere considerati “beni comuni”, la cui gestione dovrebbe coinvolgere in una diretta partecipazione la comunità di riferimento (abitanti della città e dei quartieri), in funzione del bene pubblico. I beni comuni costituiscono una proprietà collettiva, che la comunità gestisce in un’ottica di solidarietà e di accessibilità per tutti, tenendo anche conto delle generazioni future. Quindi un bene comune non è alienabile, cioè non è disponibile né per logiche di mercato né di privatizzazione, neanche sotto forma di SpA a capitale pubblico.
Al contrario attraverso APS le vecchie municipalizzate, il cui scopo era di garantire alla collettività un servizio tale da rendere usufruibile da parte di tutti il bene comune (acqua, territorio su cui muoversi, energia ecc.), sono state trasformate in strutture con finalità economiche, che espropriano i cittadini del loro diritto di gestire e controllare tali beni. Nel caso dell’acqua, per esempio, diventa difficile realizzare quanto previsto dal programma: “garantire l’acqua ad uso domestico con superiori standard qualitativi e senza sprechi”, mentre per i trasporti pubblici non si è visto un miglioramento del servizio: è venuto meno l’obiettivo annunciato in campagna elettorale di ridurre il traffico privato, senza penalizzare la mobilità.
Al contrario parcheggi in aree centrali e nuove strade non fanno altro che incentivare proprio il traffico privato.
Ma sono processi di pesante privatizzazione anche la trasformazione urbanistica della città in funzione di interessi speculativi, che impediscono la corretta fruizione del bene “città” ai cittadini, legittimi depositari del diritto di decidere sul futuro dell’assetto urbanistico.
Una giunta, solo perché eletta, non ha il diritto di decidere da sola su beni la cui proprietà è collettiva e inalienabile: una simile decisione espropria i cittadini non solo dei beni comuni, ma del più importante dei beni di cittadinanza, la democrazia, che non può essere disgiunta da reali processi di partecipazione.

Gianni Tamino