Piano paesaggistico Veneto? un passo avanti e due indietro

Protagoniste della “giornata di studio” sono state soprattutto la Direzione regionale del MiBAC e le Soprintendenze delle diverse province venete, che hanno relazionato sulle metodologie ed i criteri sin qui utilizzati per la costruzione di un quadro conoscitivo aggiornato, il censimento e la mappatura dei vincoli paesaggisti esistenti (decretati ai sensi della legge del 1939) e la ricognizione, delimitazione e rappresentazione delle categorie di beni di cui all’articolo 142 del Codice, da sottoporre a tutela per legge in virtù delle loro intrinseche qualità paesistiche (litorali, corsi d’acqua, parchi e riserve naturali, montagne, boschi, zone d’interesse archeologico, ecc.).

Un lavoro senza dubbio importante e meritorio, ma che affronta solo un aspetto – sia pure essenziale – del processo di elaborazione del piano. Va infatti ricordato che il Codice, così come la Convenzione Europea sul paesaggio, non solo richiedono l’eventuale individuazione di ulteriori immobili od aree di notevole interesse pubblico (ad integrazione degli immobili e delle aree già censite) da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione, ma estendono altresì i criteri della pianificazione paesaggistica a tutto il territorio, alla gestione dei “paesaggi ordinari” ed alla riqualificazione e/o ricostruzione dei paesaggi compromessi o degradati. In relazione ai diversi ambiti individuati è poi richiesta al piano paesaggistico l’attribuzione di adeguati obiettivi di qualità e la predisposizione di apposite prescrizioni cogenti (morfologie paesaggistiche, tipologie architettoniche, minor consumo di suolo, ecc.), di criteri operativi e prontuari, di specifici indirizzi e direttive per la pianificazione locale, di progetti di tutela e valorizzazione integrati per il miglioramento della qualità ambientale e per la creazione di occasioni di sviluppo culturale, economico e sociale, con particolare attenzione per la salvaguardia dei paesaggi rurali.

Su questi aspetti del piano, più direttamente coinvolgenti la Regione, poco o nulla si è detto nel corso della “giornata di lavoro”. Si è di fatto solo accennato ad alcuni progetti sperimentali elaborati in anni passati (Feltre e Laguna di Caorle in particolare), alle indicazioni fornite da alcune Soprintendenze per interventi riguardanti alcuni siti di particolare valore ambientale (Litorali del Cavallino e di Jesolo) e ad un “progetto pilota” che dovrebbe riguardare le aree della laguna veneziana e del delta del Po. Un progetto dai tempi incerti che dovrebbe, in una fase successiva, consentire il passaggio dalla fase conoscitiva alla “fase prescrittiva”.

Sicuramente qualche passo in avanti si è fatto rispetto alla precedente “giornata di studio” organizzata più di un anno fa sempre a Mira. Ma nel complesso si è avuta l’impressione che più numerosi siano stati i passi indietro. All’incontro di un anno fa venne quantomeno presentato, da parte di un gruppo di consulenti dell’Università di Firenze, un articolato schema di lavoro per l’elaborazione del piano in tutti i suoi aspetti, uno schema che – tra l’altro – coglieva la complessità delle problematiche da affrontare e poneva l’accento sul ruolo essenziale della partecipazione, in tutte le fasi del processo di costruzione del piano, non solo degli enti istituzionalmente preposti, ma anche dei cittadini, del mondo dell’associazionismo e dei “portatori d’interesse” locali.

Di detto schema procedurale non sembra essere rimasta traccia. I tempi realizzativi sembrano essere sfumati verso un lontano futuro. Di “progetti pilota” per la gestione dei “paesaggi ordinari” e per la rigenerazione dei paesaggi degradati, che caratterizzano gran parte dell’arcipelago metropolitano veneto, non se ne è parlato. Ma soprattutto il “Piano paesaggistico” sembra destinato a non avere alcun carattere cogente. Più volte i rappresentanti della Regione hanno infatti voluto sottolineare come con questo piano non vi è alcuna intenzione di determinare una soluzione di continuità rispetto alla gestione del territorio dei decenni passati e che il piano non richiederà alcuna correzione del PTRC già adottato e dei piani territoriali ed urbanistici subordinati.

Intenzioni che appaiono in netto contrasto con quanto stabilito dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, là dove si afferma che “a far data dall’approvazione del piano le relative previsioni e prescrizioni sono immediatamente cogenti e prevalenti sulle previsioni dei piani territoriali ed urbanistici” (art. 143, comma 9). Intenzioni che nella sostanza contraddicono anche quanto evidenziato dalle più recenti sentenze della Corte Costituzionale, secondo le quali il paesaggio deve ritenersi “un valore primario ed assoluto”, che “precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici” (sentenza n. 367 del 2007). Il che fa affermare a Salvatore Settis che “mentre è giusto cercare di superare la separatezza tra pianificazione territoriale ed urbanistica, da un lato, e tutela paesaggistica dall’altro, ciò non può farsi invertendo la gerarchia dei valori costituzionali, e cioè facendo rientrare la tutela del paesaggio nell’ambito del governo del territorio”. Un’inversione di valori che purtroppo appare essere ancora una volta il principio ispiratore della prassi pianificatoria della nostra Regione.

Sergio Lironi, Presidente onorario Legambiente Padova